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«ACCIDENTI! Devo ancora pagarti, quante lezioni, già quattro vero? Prima che te ne vai devo assolutamente ricordamene» disse la ragazza ma l’istruttore non sembrò contento dell’improvvisa e ingenua illuminazione di lei, né dell’incasso imminente. Piuttosto sembrava che fosse turbato da un pensiero con il quale era sceso di casa, un pensiero che lo aveva preso per mano, gli aveva allacciato stretto il casco, come è sempre bene fare, e si era messo alla guida della moto al posto suo. Era stato quel pensiero a portare la mano al citofono e a bussare sul quel cognome che fino a un mese prima non conosceva.
Ma forse non era un pensiero, era un dubbio, sì un dubbio che si era attaccato alla mente, all’altezza delle sopracciglia e gliele tirava giù. C’era qualcosa nell’agire di lei che non lo persuadeva. Quella donnetta ostentava la sua fragilità con una tale forza che era lecito dubitarne. Non sa allenarsi, mangia malissimo e si lamenta, poi mi invita a cena e mi fa trovare la pasta?
Cosa vuole da me? Eccolo, il dubbio che stava arrotolando attorno alla forchetta.

Il ragazzo aveva quasi finito il suo piatto. Nella cucina arancione c’era un caldo torrido, misto di carbonara e afa di agosto, tale da rallentare anche il pensiero. Quasi le nove di sera e il sole non calava. Voleva assistere anche lui a quella cena e sentire come sarebbero andate le cose.
Finito l’ultimo boccone, il ragazzo cominciò: «Io penso che queste mie visite qui non abbiano molto senso.»
L’affermazione non lasciava nemmeno lo spazio per una risposta, una risposta qualsiasi, anche la più stupida non era ammessa. Alla ragazza sembrò mancare il terreno sotto i piedi ma non si diede per vinta, ci vuole ben altro per farmi desistere che un’ovvia e già calcolata obiezione come questa, e rispose:
«Al contrario, anzi io stavo per chiederti… – ma non ebbe il tempo di finire la frase, iniziata con tanta fatica, che di colpo entrò il fratello di lei, quello che non parlava mai. Era venuto solo a prendere un po’ d’acqua e dei biscotti. Non badò minimamente ai due che grondavano sudore e carboidrati nella sua cucina.

«Stavi per chiedermi…?» incalzò lui, curioso ma mantenendo quell’espressione crucciata che tanto riusciva a intimorirla. Allora lei non lo sapeva che dietro la fronte di lui ci fosse un dubbio attaccato.
«Sì, insomma stavo per chiederti se volevi seguirmi, intendo seguirmi seriamente, in palestra, con la scheda, la dieta e tutto e…per quanto riguarda le lezioni in casa, lo so che a te può sembrare strano, forse non può capirlo qualcuno che non ha mai vissuto la mia situazione…ma anche se non faccio un vero allenamento come dovrei, il fatto di avere qualcuno a cui dare conto ogni settimana, cioè qualcuno che anche solo a parole mi controlla e mi dà delle regole…beh questo aumenta le possibilità che io mi mantenga costante. E credimi, solo di questo ho bisogno, di un controllore.»

La ragazza era strana, non c’era che dire. Era disposta a pagare un personal trainer che andasse a casa sua senza allenarla, solo per sentirsi dire che doveva darsi da fare per dimagrire e rispettare le regole che tutti già conoscono.
Alla fine non è così folle, pensò l’istruttore, se il mondo va avanti da millenni in questo modo.
L’umanità sa fare centinaia di cose, ma gli individui non possono saperle fare tutte, e così si sono organizzati in mercati. Tu sai fare qualcosa che io non so fare e di cui ho bisogno, allora tu mi aiuti e in cambio io ti do del danaro che puoi usare per lo stesso scopo.
Il baratto è stato abolito solo perché se tu vendi una cosa a me non significa che quello che ho io ti interessa, quindi devo poterti dare qualcosa di simbolico affinché tu possa comprare quello che vuoi da un altro. Geniale.

Lei non aveva la forza di proseguire il suo percorso di dimagrimento. Si sentiva una buona a nulla, incapace e indisciplinata, e voleva comprare da lui un po’ di forza. Era tutto qui.
La ragazza continuò a parlare, ma ora non lo guardava più perché si vergognava, di cosa ti vergogni poi? Stupida idiota, che vuoi che glie ne importi a lui della tua salute psicofisica, neanche ti starà sentendo. Sparecchiava nervosamente e buttava nel lavello le posate insieme alle immagini di donne statuarie di cui era circondato ogni giorno il suo ospite.
Quando mise a fare il caffè vedeva tutto appannato da un velo di lacrime.
Continuò a spiegare: «La piccola sala che ho attrezzato qui in casa mi permetteva di abbattere un po’ i costi perché sai, non me la passo molto bene, ma questa è una cosa importante. Se tu mi dici che devo fare così, allora faccio l’abbonamento in palestra e vengo tre-quattro volte a settimana, seguo la scheda e faccio come tutte le persone normali, l’importante è che mi dici che ce la posso fare.»

A quel punto il dubbio nella mente di lui si sciolse – era stato più veloce lo zucchero nella tazzina di caffè, ma meglio tardi che mai – e le sopracciglia nere e folte tornarono distese. Si rese conto di essere stato lui quello non all’altezza delle richieste. Di essere stato un superficiale.
Lei gli aveva chiesto motivazione, e lui le aveva dato tecnica.
Lei aveva implorato forza di volontà e lui le aveva dato disillusione.
La ragazza stava con la tazzina in mano davanti alla finestra. Lui le si avvicinò e, al diavolo il distacco professionale, le mise una mano sulla spalla e le diede un bacio sulla guancia.
Poi le disse una sola parola: «Riuscirai.»
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«Devi promettermi una cosa però»
«Cosa?»
«Niente più carbonara.»

Note:
Questo racconto è tratto da un sogno che ho fatto qualche sera fa (sì, lo so, troppa carbonara a cena!). È strano come in vacanza mi capiti così spesso di fare sogni lucidi e che abbiano un senso dall’inizio alla fine. Ad ogni modo ho sentito la necessità di trascrivere questo dialogo senza grandi pretese e l’ho pubblicato prima come storia su Instagram, dividendolo in 3 “puntate”.