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Ernesto si svegliò di colpo, sudato e accaldato. Grondava letteralmente e aveva spasmi addominali. Sapeva che era l’estate più calda degli ultimi anni, come lo sapeva ogni estate. Ad ogni estate si diceva che sarebbe stata la più calda mai arrivata. Considerando che il surriscaldamento globale era ormai cosa acclarata, Ernesto non capiva perché la gente continuasse a ripeterlo. Era come se al telegiornale avessero detto ogni sera: domani mattina farà giorno

Mentre questi pensieri si mescolavano ad immagini del sogno appena fatto, spalancò in fretta il balcone e si appoggiò alla ringhiera. Era notte fonda, saranno le due, pensò. Si era svegliato con una canzone in testa.

 Che ne sai tu di un campo di grano. Poesia di un amore profano.

Affannava, e si sentiva mancare le forze nelle gambe, ma cercò di fare meno rumore possibile per non svegliare i genitori, che dormivano nella stanza accanto. Sua madre, nel vederlo così piegato in due, si sarebbe certo sentita male quanto lui, per questo tentava di nasconderle il più possibile le sue frequenti crisi.

Si sedette su uno scanno fuori al balcone per respirare ancora un po’, passando la mano sulle foglie secche di una pianta. Andrebbe annaffiata.

 Che ne sai di un ragazzo perbene.

Gli venne in mente, senza nesso logico, la notizia di qualche giorno prima di una coppia di fidanzati morti in un incidente stradale provocato, almeno pareva, proprio dal ragazzo che aveva deciso di uccidere sé stesso e la compagna.

Ernesto aveva provato un tale sconforto nell’ascoltare di quella tragedia a tavola, durante il TG della sera, che gli era passato completamente l’appetito e se ne era andato in camera sua. Non per empatia con la vittima e il carnefice, o meglio, con le due vittime. Era per l’agghiacciante conferma ricevuta sulla natura umana. Ogni storia che sentiva lo convinceva sempre più che l’essere umano non dovrebbe avere diritto alla vita.

 Che mostrava tutte quante le sue pene.

Poi pensò di controllare il cellulare. Trovò un messaggio di lei che diceva “scusami ancora”.

Ernesto ripensò alla discussione telefonica avuta con Sara la sera prima, e gli venne un’altra fitta addominale, come quella che lo aveva destato. Ripensò soprattutto e al fatto che nessuno dei due era riuscito a far cambiare idea all’altro. E succedeva sempre così. Perché insisteva? Perché non la lasciava alle sue convinzioni, perché continuava ad argomentare? Sara non capiva. Non sapeva nulla di lui né della sua sofferenza, e voleva imporgli i suoi rimedi naturali, o le sue terapie d’urto che accidenti a lei, lo facevano impazzire.

 – Io penso di avere una marcia in più rispetto agli altri. – le diceva calmo, e lei

 – No! Tu sei come tutti gli altri! Nessuno è superiore, devi accettarlo!

 – Non è vero! Io sono diverso dagli altri, ho il mio modo di affrontare le cose. Non ho bisogno di amici, non voglio confidare loro nulla che mi riguardi. Io non mi fido di nessuno da anni ormai. E mi sono sempre trovato benissimo così. Se il mondo vuole farsi del male, bhè lo farà senza la mia partecipazione.

Sara sosteneva che, come amore chiama amore, così fiducia chiama fiducia, e gli aveva urlato per telefono che non avrebbe mai trovato buoni compagni di vita se non si fosse aperto, se non avesse accettato l’idea che di delusioni ne hanno tutti, ma tutti si rialzano e guardano nuovamente in faccia il mondo.

 Ma Ernesto, più ci rifletteva, più si sentiva andare in fiamme il cervello, come se gli stessero rovesciando in testa un secchio di acqua bollente. Quella donna lo faceva ammattire coi suoi discorsi perbene e lui non riusciva a risponderle, ma nella sua testa replicava, e come se replicava.

 Io so di cose terribili che fa la gente, non solo per esperienza diretta ma anche attraverso le storie che ho sentito e ho letto, e anche a me stesso hanno fatto cose imperdonabili. Ho sempre creduto nell’amicizia, mi davo al cento per cento, ricevendo in cambio solo calci in bocca. Allora ad un certo punto ho capito che nella vita tutto è apparenza, tutto è finzione. E ho cominciato a giocare. A giocare prima con i compagni di classe, poi con quelli di università, poi con le donne, poi con i colleghi, poi con gli estranei.

E ho visto che le cose andavano molto meglio di quando ero stato sincero. Andavano enormemente meglio quando ci tenevo di meno, quando mettevo meno interesse in qualcosa. Le donne soprattutto poi, mostravano un grande compiacimento nell’essere prima ignorate, e poi, maltrattate. Si vede che la loro natura è masochistica.

 Sara pensa che io viva in una realtà distorta, ma è proprio lei quella che vive nelle favole. Come fa a non rendersi conto del mondo in cui siamo? Lo sa o non lo sa che l’essere umano è capace di porcherie inimmaginabili? A partire dalle guerre, le torture, gli omicidi, gli stupri, la violenza, la corruzione, la sopraffazione, fino ad arrivare alle cose più becere e squallide? Che cazzo ne sa lei di cosa si prova nel vedere il proprio migliore amico portarsi via la donna che si ama? Che cosa ne sa di quello che si sente quando ti rendi conto di avere tutte le porte sbarrate, di non poter andare avanti perché non sei il figlio di qualcuno, perché i concorsi sono tutti truccati, o perché – Lei non ha l’idoneità psico-attitudinale per entrare nell’Arma – ? La verità la so io, la verità è che nessuno merita quello che io ho dentro, quello che potrei dare. Ed è per questo che lo tengo per me.

Ernesto guardò giù, nel cortile. Non c’era anima viva, né si sentiva passare un’auto. Si era a metà Agosto e, a parte qualche vecchietta, nel parco non c’era più nessuno.

 Che anno è…che giorno è?

Cominciò ad agitarsi di nuovo, e a pensare a tutto quello che avrebbe voluto dire a Sara, se solo l’avesse avuta davanti.

 

Sara fissava già da diversi minuti il portone del palazzo di Ernesto.

Era arrivata lì a piedi, ma non si era trattato della passeggiata notturna e impulsiva di una fidanzata in preda ai sensi di colpa, ma di una scelta ben ponderata. Aveva deciso dopo cena, mentre beveva la sua granita al limone. Nella borsa aveva una copia delle chiavi di casa di Ernesto, quindi entrando non avrebbe nemmeno svegliato la famiglia. Posato il bicchiere con la granita, aveva afferrato un foulard ed era uscita. Aveva fatto un gran giro prima di prendere la via, non per paura di affrontarlo, ma solo per schiarirsi la mente, per asciugarvi i concetti chiave, eliminando montoni e montoni di parole che vi si erano accumulate negli ultimi giorni.

Ernesto si sbagliava. Ernesto andava aiutato. Si faceva solo del male a costruirsi una realtà di solitudine, ad alzare muri di gomma.

 La sofferenza è di tutti, fa parte dell’essere umano, ma è da sciocchi affogare nel dolore. Reagire, alzarsi, andare avanti, questo bisogna fare, bisogna rispondere alla cattiveria con positività, è così che si neutralizza, è così che si rendono inoffensivi gli altri: smettendo di aver paura di loro.

  – Adesso salgo e glielo dico.

 Non mi sbatterà la porta in faccia. Anzi, mi farà entrare, felice di vedermi e mi starà a sentire. Mi farò sentire per forza. E poi voglio che mi dica tutto quello che pensa, dalla A alla Z, voglio che butti fuori tutto quello che prova. Sento che glielo devo. E stavolta lo ascolterò senza replicare.

 

Per quanto si sforzasse, Ernesto non riusciva a far tacere i pensieri, e la voce di Sara gli rimbombava dentro.

 – Aaaah!

diede un pugno alla scrivania, facendo volare in giro per la stanza quaderni, fogli di appunti e alcune penne.

 Maledizione! Se solo fosse qui le direi: “Dimmi, dimmi come si fa ad andare avanti sapendo tutto questo, dimmelo ti prego! Dammela tu questa ricetta segreta, tu che sei così sicura di te, dei tuoi libri, dei tuoi corsi di yoga, delle tue raccolte di beneficenza…Tu che sei sempre in prima linea per aiutare il prossimo, perché non sei qui allora? Chi c’è in questo momento di più importante di me, più bisognoso di aiuto, eh? Lo so io perché non sei qui: perché hai deciso di abbandonarmi anche tu; l’ho capito sai, ho capito che sei come gli altri, che non vedi nulla in me se non un uomo burbero, solo e amareggiato, che anche tu vuoi solo belle chiacchiere e una vita comoda, e che non ti sacrificheresti mai per vivere nell’amarezza insieme me…

Che cosa significa questo messaggio? Scusa di che? Scusa di averti contraddetto, scusa di aver litigato, scusa che non sono qui, cosa? Eh?

Che fesso sono stato a fidarmi di te! Ma non illuderti, smetto immediatamente. Valla a fare a quei coglioni degli amici tuoi la ramanzina, quelli sì che ti stanno a sentire.”

Dalla stanza accanto la voce di sua madre chiedeva se era tutto a posto, e cos’era stato quel rumore. Ernesto rispondeva cautamente di non preoccuparsi, che nel sonno aveva urtato il comodino. E di nuovo fuori al balcone. Era il sesto piano. Guardò le finestre di fronte: tutte buie. C’era solo un gatto appoggiato sulla grondaia, che si leccava la zampa.

 

Sara intanto sedette su di una panchina, improvvisamente meno di sicura sul da farsi.

 E se invece non volesse vedermi ora? Se mi trovasse assillante e preferisse riflettere da solo per un po’ su quello che ci siamo detti? In fondo è una persona adulta, un carattere già formato. Non posso pretendere che cambi le sue idee da un giorno all’altro solo perché glielo dico io. Non sarebbe affatto un buon segno.

Pensava a cosa fosse meglio per lui. Qui la coppia non c’entrava più, qui poteva trattarsi anche di due cugini, due fratelli o persino due estranei. Qui si trattava ormai di due persone rimaste sole al mondo, e che devono deciderne la forma. Si accese una sigaretta. Questi dubbi improvvisi l’avevano innervosita, e non era abituata a simili contrattempi.

 

Ernesto girava su e giù per la stanza come un leone in gabbia, era allo stremo delle forze e continuava a farneticare. Poi si sedette sul letto, piegato in due da un’altra fitta al ventre. Era il modo in cui il suo organismo gli diceva che si stava ammalando, e lui lo sapeva. Ansimò qualche secondo col viso fra le mani e poi si accorse che lacrime calde scendevano giù. Giù fino al collo, fino al pigiama, fino ai piedi, giù, giù fin dentro la terra.

 Forse è proprio giù che devo andare.

E di nuovo sul balcone. E di nuovo guardò il cortile, silenzioso come una tomba. Una folata di vento portò su il profumo degli oleandri.

Forse per la stanchezza di vivere che sentiva, per il dolore che lo affliggeva o per il caldo, che pareva volerlo schiacciare a terra, il pensiero del precipizio gli attraversò la mente e lo fece raggelare. Stringeva forte le mani sulla ringhiera, e intanto vide la scena di lui che saltava giù, ed ebbe paura che il corpo potesse assecondare in un attimo la fantasia, per riflesso condizionato.

Potrei anche farlo. Finirebbe questo strazio. Sara……Sara, perché non sei qui….Perché non sei qui a dirmi che cosa non devo fare?

 

Sara gettò la cicca e si alzò dalla panchina.

 Ho deciso, salgo.

Entrò nel palazzo col cuore in gola.

Ernesto saltò giù. Il portone si chiude pesantemente alle spalle della ragazza.

Tonfo.

 

 

 

Note dell’autrice
Questo racconto è stato scritto 26 Luglio 2015 ma è rimasto inedito fino al 21 Ottobre 2018 quando ho deciso di pubblicarlo qui dopo la conclusione del concorso letterario La Regina Editori Giovani. Oggi il racconto è stato incluso nella raccolta La Regina Giovani 2018.